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Si e' tenuto il 22 marzo 2007 a Roma un convegno organizzato dall'Accademia dei Lincei sul tema: "La crisi dei sistemi idrici: approvvigionamento agro-industriale e civile". Tra i relatori Primo Mastrantoni, segretario dell'Aduc. Segue il testo dell'intervento tenuto presso la Palazzina dell'Auditorio:
Mi sembra che il principio di considerare l’acqua un bene comune sia condiviso. Dobbiamo porci il problema se una gestione pubblica sia efficiente per gestire questo bene. La legge Galli, che dagli anni Novanta regola la gestione del servizio idrico integrato, nasceva con l’obiettivo di smantellare una vecchia logica clientelare di acquedotti che erano diventati carrozzoni partitocratrici clientelari. Negli anni e’ stata applicata con modalita’ che hanno tradito in parte l’obiettivo. La protesta, che nasce in alcune parti d’Italia, riguarda spesso il fatto che dove c’e’ stata una forte privatizzazione si e’ avuto un aumento delle bollette e, invece, gli investimenti sono stati scarsi. In pratica c’e’ stata una privatizzazione all’italiana: col massimo vantaggio per il privato e il minimo bene per il consumatore e l’utenza.
C’e’ chi sostiene che l’acqua deve essere gestita solo da aziende totalmente pubbliche e che deve essere eliminata la possibilita’ di ricorso anche alle Spa pubbliche.
L’Acea di Roma, l’Hera in Emilia Romagna, l’Asm di Brescia e l’Aem di Milano, l’Amga di Genova sono ormai dei colossi, societa' per azioni pubbliche, quotate in borsa, che stanno –poco a poco– conquistando la gestione del servizio idrico in tutti e 91 gli Ato (Ambiti territoriali ottimali) in cui la “Galli” ha diviso il territorio nazionale. Sono aziende che, pur mantenendo formalmente le caratteristiche di azienda “pubblica” (il 51% delle azioni in mano ad un Comune o piu' Comuni), rispondono –di fatto– all’esigenza di remunerare il capitale, e cioe' di garantire profitti a quei soggetti privati che hanno acquisito, per effetto di gare o in Borsa valori, quote azionarie di minoranza. E’ evidente, pero’, che le liberalizzazioni fanno bene all’economia e aumentano il benessere dei cittadini-consumatori. Cio’ e’ confermato dall’Antitrust che ha rilevato come nelle regioni piu’ aperte alla concorrenza l’aumento dei prezzi e’ stato inferiore a quelle che hanno una regolamentazione piu’ rigida. Si pensi al mercato dei farmaci da banco, recentemente liberalizzato, che ha portato ad una diminuzione del 20-30% dei prezzi.
Comunque la proposta di legge che liberalizza i servizi pubblici del ministro alle Regioni, Linda Lanzillotta, ha escluso il settore acqua dall’elenco delle liberalizzazioni. Il modello della proprieta’ pubblica della risorsa e della gestione privata, che consenta di avere la priorita’ del servizio sul profitto, non ha avuto grande successo. Dobbiamo quindi ripensare il modello di gestione e soprattutto dobbiamo ripensarne gli usi.
Nel Mondo si prevede che nel 2020, 3 miliardi di persone non avranno accesso all’acqua. La dotazione minima per vivere e' di circa 50 litri al giorno. In Italia ne consumiamo 250 litri; un africano fortunato di una regione rurale subsahariana ne consuma meno di 20.
L’agricoltura assorbe il 70% dei prelievi idrici mondiali, l’industria il 20%, gli usi domestici e altri il 10%. Gli attuali sistemi di produzione agricola perdono il 40% di quello che prelevano; per gli altri usi, il 50% dell’acqua si spreca per le perdite dei sistemi di trasporto e distribuzione. E’ chiaro che in agricoltura dovra’ essere incentivata l’irrigazione a goccia invece che quella a pioggia e per gli usi industriali si puo’ riciclare l’acqua depurata. E’ possibile abbassare fino al 40% gli attuali prelievi per l’agricoltura, per l’industria e per usi domestici. Anche i prezzi devono essere diversamente adeguati: bassi per l’uso civile e piu’ alti per le restanti attivita’.
L’Italia e', in Europa, il Paese con il piu' alto consumo di acqua imbottigliata: il 60% dei cittadini non beve piu' l’acqua degli acquedotti. E questo ci dovrebbe far riflettere sulla fiducia che hanno i consumatori dell’acqua che sgorga dai rubinetti. Nel 2005 si consumavano 188 litri pro-capite l’anno di acqua in bottiglia, proveniente da 189 fonti, rappresentate da 304 marche, per la maggior parte vendute nei supermercati (49%), da 4 grandi imbottigliatori (55%) con una spesa di 260 euro/anno a famiglia, per un giro d’affari nazionale di 2.100.000 euro e una produzione di 100.000 tonnellate di plastica.
Posto che l’uso dell’acqua deve essere garantito, controllato e indirizzato dal potere pubblico, resta il problema di come conciliare la proprieta’ pubblica con l’efficienza. Abbiamo assistito a carrozzoni che hanno fatto la fortuna di alcuni e il disastro dei bilanci della collettivita’, che si pagano in termini di aumento della spesa pubblica. Se passa il principio che anche la gestione dell’acqua sia pubblica si rischia di incardinare un sistema non competitivo. Occorre quindi che il gestore pubblico sappia che nel momento in cui produce disavanzi c’e’ un altro sistema pronto a sostituirlo. Insomma dalla gestione totalmente pubblica, clientelare, o da quella delle Spa, con la proliferazione dei consigli di amministrazione, ad un nuovo modello non privatizzato ma liberalizzato.

Qui due schede pratiche:
- le acque potabili:
http://www.aduc.it/dyn/documenti/allegati/LEACQUEPOTABILI.doc
- le acque minerali:
http://www.aduc.it/dyn/sosonline/schedapratica/sche_mostra.php?Scheda=119829

fonte: aduc

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