| Copenaghen vince con il vento |
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| Monday 19 March 2007 | |
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Ogni tanto, di domenica, la Danimarca va a vento. «Quando negozi e imprese sono chiusi - racconta Anders Eldrup, amministratore delegato di Dong, l'azienda energetica nata l'anno scorso dalla contemporanea unione di sei imprese - e quando soffia un vento abbastanza forte, l'intero Paese viene alimentato dalla sola forza eolica». Merito di 5mila turbine sparse in tutto il territorio, capaci di generare oltre 3 gigawatt di potenza (l'equivalente di tre centrali nucleari, se c'è vento), di alimentare un'industria eolica ormai leader nel mondo e di assegnare al regno di Danimarca - in questi tempi più felici, ma pur sempre amletici - la medaglia di Paese europeo energeticamente più efficiente.
Con afflato shakespeariano, potremmo dire: c'è del vento in Danimarca. Ma non tanto per le grazie del dio Eolo o per le disgrazie di un'orografia del tutto priva di montagne. Quanto per un caso umano nient'affatto esoterico: un semplice caso di lungimiranza politica. Corre il 1973. La quarta guerra arabo-israeliana innesca il primo embargo dell'Opec ai danni dell'Occidente. Il quale scopre di essere - a proposito di energia - letteralmente in mutande. Tutti quanti, dai potenti Stati Uniti alla piccola Danimarca, giurano a se stessi di ricorrere alle energie rinnovabili, per affrancarsi dai ricatti mediorientali. «Il Parlamento - spiega il viceministro Hans Jergen Kock - aveva deciso di non ricorrere al nucleare. Eravamo dipendenti al 99% dagli idrocarburi importati dall'estero. È stato così che ci siamo buttati sull'energia eolica». Dal 1973 a oggi, la Danimarca ha avuto quindici Governi: sette di destra, sette di sinistra e uno di "grande coalizione". E tutti e quindici, mentre il mondo - di nuovo allagato di petrolio - si dimenticava delle promesse fatte, hanno mantenuto dritta la barra dell'energia eolica. «Dopo trent’anni di esperienza - osserva Jens Holst-Nielsen, consulente della Danskilndustri, la Confindustria locale -abbiamo 168 imprese del settore, che fatturano 4,5 miliardi di euro con tassi di crescita nell'ordine del 25% all'anno e che hanno installato nel mondo 80 gigawatt di potenza eolica». La danese Vestas è la numero uno al mondo, seguita dall'americana Gè, dalla tedesca Siemens e dall'indiana Suzlon, tutte e tre con attività di produzione di ricerca in suolo danese. «Sembrava un costo. Ma si è rivelato un investimento», sintetizza la giovane e dinamica Connie Hede-gaard, ministro per l'Ambiente. Manon c'è solo vento, in Danimarca. Da quel lontano e infausto 1973, il regno di Margrethe II - salita al trono solo l'anno prima - ha avuto anche un po' di fortuna: nelle sue fredde acque territoriali ha trovato gas e petrolio, che hanno dato una bella mano, quanto a indipendenza energetica. «Quelle risorse però - taglia corto Hedegaard - si esauriranno entro il 2020. Da qui ad allora, intendiamo portare la nostra quota di energie rinnovabili dal 15 al 30 per cento. E lo vogliamo fare a tappe forzate, con obiettivi ben precisi». Ecco perché, al vertice europeo che si apre domani in Germania, la Danimarca si presenta con un'agenda aggressiva. «Proponiamo alla Ue - spiega il ministro - di darsi traguardi ambiziosi: entro il 2020, ridurre le emissioni di gas serra del 20%, aumentare l'efficienza energetica del 20% e portare al 10% l'uso di biocarburanti di seconda generazione». Peccato che altri Paesi, immensamente distanti da questi obiettivi (uno su tutti: la Polonia), non vogliano neppur sentir parlare di obblighi. «Senza vincoli precisi -commenta il ministro degli Esteri Per Stig Meler, intervistato giovedì scorso, proprio mentre a Copenaghen scoppiava la rivolta degli squatters - nessuno è incoraggiato ad agire, figurarsi ad investire. L'Europa deve dare l'esempio nella lotta al riscaldamento del pianeta. Ma non deve neppure dimenticare che oggi il 56% delle sue risorse energetiche vengono dall'estero. E che, entro il 2025, quella quota è destinata a superare l'80 per cento. Ci vuole tanto per capire che, nei futuri assetti geopolitici, questo potrebbe rivelarsi un problema drammatico?». Tanto Amleto era ossessionato dai fantasmi del passato, quanto i suoi moderni concittadini sembrano avere il pallino del futuro. In Danimarca, oltre al vento, c'è anche il sistema di cogenerazione più efficiente al mondo: «Quasi tutte le case del Paese - racconta Eldrup, il numero uno della Dong - sono riscaldate con l'acqua calda prodotta dalle centrali». E la Dong, che quest'anno andrà in Borsa, ha firmato un'intesa con il Governo per ridurre obbligatoriamente l'intensità energetica dell'1,5% all'anno. «Dobbiamo convincere i nostri clienti a consumare di meno - spiega ancora Eldrup - altrimenti dovremo pagare multe salate». In Danimarca, oltre al vento e alla cogenerazione, c'è anche la paglia. Sì, non il grano o il mais, ma la paglia. «È sin troppo evidente - sostiene il ministro Hedegaard - che la produzione di biocarburanti con materie prime alimentari non è sostenibile nel lungo periodo: l'impiego del mais per produrre etanolo sta già sollevando pesanti problemi economici ed etici. Di conseguenza, intendiamo investire solo sui biofuel di seconda generazione». La Dong già brucia 700mila tonnellate all'anno di paglia, nei suoi impianti. Ma alla Technical University of Derraiark - a pochi chilometri dalla capitale -c'è chi guarda molto più in là. In uno strano laboratorio dagli strani odori, la professoressa Birgitte Ahring ha trovato il modo per produrre etanolo dagli scarti agricoli. «È un procedimento complesso, dove usiamo microbi che abbiamo modificato geneticamente per accelerare la fermentazione», dice. Tutto pronto per la prima sperimentazione su larga scala. «E abbiamo già depositato i brevetti», dice il vicerettore Knut Conradsen, con un largo sorriso. La lungimiranza, si sa, paga. La Danimarca, che non ha neppure un'industria del vetro, del cemento, dell'acciaio o della carta- ovvero i settori interessati alla prima fase del protocollo di Kyoto - si trova già ad aver abbassato le proprie emissioni di gas serra del 18% rispetto al 1990, ovvero il triplo di quel che richiede il protocollo. «Dal 1990 a oggi -osserva Koch - il consumo energetico dei nostri trasporti è aumentato, quello delle industrie è rimasto stabile e quello domestico è diminuito del 20 per cento. Nel complesso, l'intensità energetica è scesa del 35%, mentre il prodotto interno lordo è cresciuto del 70. Se non ci fossimo posti degli obiettivi, non saremmo mai arrivati qui». C'è del vento in Danimarca: il messaggio ai partner europei soffia forte e chiaro. Ma è ben difficile che si mettano d'accordo. fonte: equologia.it |
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